La Nuova Prova

La nuova prova ai fini della Revisione del processo

Fonte: De Iure Criminalibus /  Avv. Valeria Citraro

Tra i casi nei quali è ammessa la revisione della sentenza penale di condanna rientra la sopravvenienza o la scoperta, dopo la condanna, di nuove prove che, sole o unite a quelle già valutate, dimostrano che il condannato deve essere prosciolto (art. 630, lett. c, c.p.p.).
Se in giurisprudenza si è ormai fugato ogni dubbio sulla circostanza che la locuzione “prova”,utilizzata nella norma in esame, equivale a quella di “elementi di prova” (utilizzata nella pregressa formulazione), per quanto riguarda la rilevanza della prova indiziaria nel procedimento di revisione, va precisato che trova applicazione l’art. 192 comma 2 c.p.p.. Pertanto, l’utilizzabilità dei nuovi indizi è subordinata al fatto che gli stessi siano gravi, precisi e concordanti.
La “prova nuova” può allora consistere tanto in una prova in senso stretto quanto un indizio, ferma restando la sua idoneità a dimostrare, anche attraverso la rivalutazione delle prove già assunte nel precedente giudizio, che il condannato debba essere prosciolto ai sensi degli art.. 529, 530 e 531 c.p.p. (cfr. 631 c.p.p.).
Pertanto, la revisione sarà ammissibile non solo qualora le nuove prove dimostrino la mancanza di colpevolezza, ma anche quando dalla nuova ricostruzione dei fatti emerga un dubbio sulla responsabilità del condannato oppure l’insufficienza o contraddittorietà della prova della colpevolezza, secondo la regola di giudizio di cui all’art. 530 comma 2 c.p.p.
La questione più controversa riguardante l’istituto della revisione è senza dubbio la qualificazione della “novità” della prova.
Secondo una prima impostazione teorica, in un processo di stampo accusatorio, qualificato dal principio di disponibilità della prova, il concetto di novum veniva ricondotto soltanto alla prova c.d. noviter reperta, ossia la prova incolpevolmente ignorata da tutti i soggetti processuali, in quanto entrata nella disponibilità di chi la invoca solo dopo la pronuncia della condanna definitiva.
Secondo altra impostazione, invece, deve considerarsi come un elemento probatorio acquisito, non necessariamente è stato anche valutato, poiché il momento dell’acquisizione probatoria e quello della valutazione restano distinti. Ne consegue che il giudicato di condanna può essere messo in discussione anche sulla base di quell’elemento probatorio che, pur acquisito, non sia stato valutato dal giudice, poiché l’apprezzamento in sede di revisione sarebbe così , effettivamente, “nuovo” e non “rinnovato”.
I termini del dibattito dottrinale si riflettono perfettamente anche nel panorama giurisprudenziale. Sul punto, in tempi relativamente recenti, la Suprema Corte a Sezioni Unitesi è espressa in termini favorevoli all’interpretazione estensiva del concetto di “prova nuova” (Cass., Sez. un., 26 settembre 2001, Pisano).
Secondo il Giudice di legittimità, infatti, l’istituto della revisione rappresenta rimedio straordinario volto alla tutela dell’interesse pubblico al raggiungimento di una c.d. “giustizia sostanziale”, nonché della sua valenza costituzionale di strumento indispensabile alla riparazione dell’errore giudiziario. Dal punto di vista sistematico inoltre, il dettato degli artt. 637 comma 3 e 643 comma 1 c.p.p. prevedono, rispettivamente, il divieto in capo al giudice di pronunciare il proscioglimento dell’imputato, a seguito del giudizio di revisione, solo in base alla (ri)valutazione degli elementi acquisiti nel primo giudizio, e l’esclusione della riparazione dell’errore giudiziario, nel caso in cui il prosciolto, in sede di revisione, abbia dato causa, per dopo o colpa grave, alla sentenza revocata.
L’importanza, attribuita dall’art. 637 comma 3 c.p.p. all’effettiva valutazione delle prove acquisite segna il discrimine tra fattispecie rilevante ai fini della revisione e situazioni estranee all’area di pertinenza del rimedio straordinario; l’art. 643 comma 1 c.p.p. invece, sanzionando, in sede di revisione, il dolo o la colpa del prosciolto ai fini della riparazione pecuniaria all’errore giudiziario, sancirebbe l’irrilevanza del comportamento volto alla mancata acquisizione o valutazione della prova già esistente e conosciuta al momento del primo giudizio.
Quindi, secondo la Corte, per prova nuova ai fini della revisione deve intendersi, innanzitutto, la prova sopravvenuta; in secondo luogo, la prova esistente al tempo del giudizio, ma non acquisita; infine, la prova acquisita ma non valutata dall’organo giudicante (pretermessa).

Prova dichiarata inammissibile dal Giudice del primo processo

Nella sentenza già citata, la Sezioni Unite hanno escluso che nel concetto di “prova nuova” rientri anche la prova dichiarata inammissibile o ritenuta superflua dal giudice del primo processo: in tali casi, l’unico strumento idoneo ad opporsi ad una simile valutazione dell’organo giudicante sarebbe l’impugnazione ordinaria.
Sul punto, parte della dottrina ha sollevato alcune perplessità. Innanzitutto, ci si è chiesti se la prova dichiarata inammissibile possa dirsi effettivamente valutata dal Giudice. In secondo luogo, si è affermato che la valutazione, in sede di impugnazione straordinaria, della prova non ammessa sarebbe conforme al dettato dell’ art. 4 § 2 Prot. n. 7 Conv. eur. dir. uomo, secondo cui la prova dichiarata inammissibile, non valutata, sarebbe a tutti gli effetti un elemento tale da poter influenzare il giudizio finale. In tal senso, è stato rilevato che il giudizio di ammissibilità della prova è un giudizio ex ante operato dal giudice di merito allo stato degli atti, mentre nella revisione si avrebbe un giudizio ex post, perciò la prova dichiarata inammissibile assumerebbe un peso del tutto diverso, alla luce dell’esito del primo giudizio e dell’apprezzamento di tutte le altre prove, in sede di valutazione dell’idoneità della stessa a fondare l’impugnazione straordinaria.

La prova scientifica come nuova prova ex art. 630 lett. c) c.p.p.

Nel campo della revisione ex art. 630 lett. c c.p.p., è facilmente intuibile come si possa addivenire ad un novum attraverso le nuove strade tracciate dalla scienza moderna: si potrebbe, infatti, astrattamente pervenire ad una conclusione differente esaminando lo stesso materiale probatorio con i mezzi di oggi rispetto a quanto constatato con tecniche più datate.
In un primo momento, il giudice di legittimità è stato restio a riconoscere il carattere di novità alla mera rivalutazione di uno stesso elemento mediante nuovi strumenti scientifici, se già acquisiti e valutati nel primo giudizio. Era diffuso il timore di sottoporre il giudicato penale alla mercé dell’evoluzione scientifica, scatenando una sorta di “corsa alla revisione” cercando di utilizzare lo strumento scientifico sempre più innovativo per giungere al proscioglimento.
In tempi più recenti, il Supremo collegio ha mutato il proprio orientamento ed ammesso il carattere di novità della prova anche solo in virtù dell’utilizzo di un nuovo strumento scientifico, purchè il metodo “nuovo” sia accreditato e reso pienamente attendibile dalla comunità scientifica ed idoneo a superare i criteri adottati in precedenza e, quindi, suscettibile di fornire risultati più adeguati.
Spetterà al giudice stabilire se il nuovo metodo scientifico posto a base della richiesta, scoperto e sperimentato successivamente a quello applicato nel processo ormai definito, sia in concreto produttivo di effetti diversi rispetto a quelli già ottenuti e se i risultati così conseguiti, da soli o insieme con le prove già valutate, possano determinare una diversa decisione rispetto a quella, già intervenuta, di condanna.

Casistica nuova prova ex art. 630 lett. c) c.p.p.

Non integra prova nuova, ai sensi dell’art. 630, lett. c) c.p.p., ai fini dell’ammissibilità dell’istanza di revisione, la semplice ritrattazione di una precedente testimonianza la quale non superi un rigoroso vaglio di attendibilità. In particolare, allorquando la relativa istanza sia fondata su una ritrattazione che comporterebbe il carattere calunnioso della precedente dichiarazione testimoniale e l’ipotizzabile reato di calunnia sia già estinto, spetta al giudice della revisione procedere incidentalmente all’accertamento della calunnia al fine di valutare l’attendibilità della ritrattazione (Cass. n. 4960/2008).
Le «prove nuove» idonee a sostenere una richiesta di revisione ex art. 630, comma primo, lett. c) c.p.p., non possono consistere nelle dichiarazioni liberatorie di un coimputato, atteso che tali dichiarazioni soggiacciono alle limitazioni valutative dettate dall’art. 192, commi terzo e quarto, c.p.p., che attribuisce ad esse la natura di semplici elementi di prova non suscettibili di valutazione autonoma, potendo le stesse essere prese in considerazione solo unitamente agli altri elementi che ne confermano l’attendibilità (Cass. n. 47831/2003).
In tema di revisione, la novità della prova (richiesta dall’art. 630 lett. c, c.p.p.) non può essere individuata semplicemente in relazione alla sede in cui viene resa ed alla disciplina che la regola, anche se, all’epoca in cui la revisione viene richiesta, detta disciplina sia diversa rispetto a quella vigente nel procedimento che portò alla condanna. Ne consegue che non può essere qualificata prova nuova l’eventuale esame in contraddittorio di un collaboratore di giustizia, che, avendo a suo tempo effettuato dichiarazioni in fase di indagini preliminari, si sia poi rifiutato di sottoporsi all’esame in dibattimento (Cass. n. 12472/2002).
L’istituto della revisione, nella sua formulazione attuale, comprende anche il caso in cui il condannato debba essere assolto perchè l’azione penale non avrebbe potuto essere iniziata (o proseguita), per cui la revisione è consentita anche qualora venga a risultare che il fatto per il quale era stata riportata condanna costituisce reato perseguibile a querela di parte e la querela non sia stata proposta (o sia stata rimessa e la remissione sia stata ritualmente accettata (Cass. n. 17170/2017).